Fumo e stili di vita in Odontoiatria: un’indagine sui dentisti italiani

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Giorgia Paglia1, Silvano Gallus, Rolando Crippa1, Giovanni Evangelista Mancini3, Piergiorgio Zuccaro4, Luigi Paglia1

 

1Fondazione Istituto Stomatologico Italiano (ISI), Milano
2Dipartimento di Epidemiologia; IRCCS – Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri”, Milano
3Fondazione ANDI Onlus
4Consulente Scientifico del progetto No Smoking Be Happy – Fondazione Umberto Veronesi

 

 

In tempi di crisi economica e di spending rewiew ci si rende sempre più conto di come puntare sulla prevenzione sia il miglior investimento possibile. Anche noi dentisti dobbiamo prestare sempre più attenzione alle tematiche preventive del cavo orale: un’opportunità per ridare slancio e credibilità a tutta la nostra attività e categoria. Il dentista potrebbe infatti diventare un elemento fondamentale per la promozione di corretti stili di vita, data la stretta relazione che lo lega ai suoi pazienti, la possibilità, che gli è peculiare, di seguirli con costanza nel tempo e la stima di cui gode. Pertanto, uno studio inglese ha recentemente mostrato come i genitori di bambini accettassero di buon grado che i dentisti pediatrici proponessero a genitori e figli informazioni sull’educazione preventiva e informazioni sulla cessazione del fumo durante le visite private (Davidson et al., 2013).

 

Quando si parla di tematiche preventive in generale, e in particolare di prevenzione del cavo orale, viene subito in mente il fumo di tabacco, la principale causa evitabile di mortalità e di incidenza di malattie croniche. Nonostante la tendenza favorevole degli ultimi decenni della prevalenza di fumatori in Italia (Gallus et al., 2013A), ogni anno nel nostro Paese il fumo è ancora responsabile di più di 70.000 morti (Gallus et al., 2011). Di questi decessi, più di 1500 avvengono a causa del tumore del cavo orale e faringe (Gallus et al., 2011). È chiaro quindi che il fumo rimane la prima causa di morte per malattia delle alte vie respiratorie. Non solo, il fumo esercita il suo effetto negativo anche sull’esito di molteplici cure odontoiatriche. Pertanto, nelle terapie implantari e parodontali il fumo espone a un maggior rischio di insuccessi terapeutici (Johnson et al., 2001; Johnson et al., 2004); inoltre, il fumo genera pigmentazioni dentarie che rendono meno efficaci le tecniche di sbiancamento oggi tanto richieste. Analogamente, affrontare il problema dell’alitosi significa migliorare “l’estetica“ del respiro poiché il fumatore ha un alito cattivo rispetto al non fumatore, e rientra fra i compiti dell’odontoiatra/igienista affrontare anche questo tipo di problemi.

Un altro esempio è quello della smoker face (Okada et al., 2013): proprio in un periodo in cui ci affanniamo a migliorare l’aspetto estetico del paziente non ha senso non combattere contro il “killer” maggiore del sottocutaneo: il fumo, con la vasocostrizione e i prodotti tossici che produce (Paglia et al., 2013). Le stesse problematiche si possono riscontrare quando si parla di alimentazione. Per esempio la baby bottle syndrome, i cui effetti nefasti riscontriamo quotidianamente nei nostri pazienti, è causata principalmente da una scorretta educazione alimentare (Chankaka et al., 2012). Rendere lo studio odontoiatrico un polo di orientamento nella lotta contro il fumo e nella promozione di corretti stili di vita risulta un progresso importante per conquistare e offrire ai propri pazienti un maggiore benessere complessivo. Il primo passo di questa strategia non può che essere la raccolta di informazioni su come si comporta e su quello che pensa a questo proposito il dentista. Vista la carenza di informazioni presenti in letteratura sulla salute generale dei dentisti (Puriene et al., 2007), è di fondamentale importanza capire pertanto se lo stesso dentista segua stili di vita adeguati per potere dare il buon esempio, cosa faccia e cosa sia disposto a fare per se stesso e per i propri pazienti. Abbiamo pertanto condotto su questo tema un’indagine supportata dall’editore Tecniche Nuove, da Fondazione ISI (Istituto Stomatologico Italiano, Milano), da Fondazione ANDI Onlus e da Fondazione Veronesi all’interno del progetto “No Smoking Be Happy – Per il tuo sorriso”.

Materiali e metodi
Per valutare l’atteggiamento del dentista italiano rispetto agli stili di vita e la sua propensione a occuparsi di questo tema abbiamo messo a punto un questionario da compilare on-line con 11 domande (Allegato 1). Nell’aprile 2014 il questionario è stato inviato via e-mail a un indirizzario di 24.562 dentisti italiani. Di questi, 4692 (il 19,1%) hanno ricevuto e letto la mail, e 1048 (il 4,3%) hanno seguito il link al questionario.


 

L’indagine – rimasta disponibile on-line per la compilazione per una settimana – oltre alla raccolta di dati socio-demografici, richiedeva il peso e l’altezza dell’intervistato per poter ricavare l’indice di massa corporea (IMC: kg/m2); nelle successive 4 domande venivano indagate le abitudini rispetto al fumo e all’utilizzo della sigaretta elettronica. Venivano poi approfonditi il livello di attività fisica nel tempo libero e la propensione a comunicare ai pazienti i danni che il fumo causa al cavo orale. Da ultimo, veniva richiesta la disponibilità a promuovere la cessazione del fumo ai propri pazienti. Le differenze per sesso e stato di fumo della distribuzione percentuale di svariate caratteristiche individuali sono state analizzate tramite il test chi-quadrato.

Risultati
Nell’arco di una settimana 1048 dei dentisti ai quali è stato indirizzato l’invito a partecipare all’indagine hanno seguito il link al questionario on-line e, di questi, 883 (84,3%) hanno fornito almeno una informazione sugli stili di vita e sono pertanto stati analizzati.

 

La Tabella 1 mostra la distribuzione dei dentisti Italiani per caratteristiche socio-demografiche nel totale dei soggetti, nei maschi e nelle femmine e separatamente nei mai fumatori, negli ex-fumatori e nei fumatori. L’età media di chi ha risposto era di 51 anni e la media degli anni di esercizio professionale del campione era di 29 anni. Il 25% dei casi era di sesso femminile e il 75% maschile. Il 63% del campione risiedeva in Nord Italia, il 19% in Centro e il 18% al Sud. La distribuzione per età era differente tra i sessi (p<0,001) e tra i tre stati di fumo (p<0,001). Le donne erano meno frequentemente ex-fumatrici rispetto agli uomini e più frequentemente fumatrici o mai fumatrici (p=0,022). Non si apprezzavano invece differenze statisticamente significative per area geografica tra i sessi e i differenti stati di fumo.

Il peso medio del campione era di 75 kg per un’altezza media di 175 cm. Il 2% del campione era sottopeso (1% degli uomini e 7% delle donne), il 56% era normopeso (49% degli uomini e 77% delle donne), il 35% sovrappeso (42% degli uomini e 12% delle donne) e il 7% obeso (8% degli uomini e 3% delle donne) (Tabella 2).

L’IMC era statisticamente più alto tra gli uomini rispetto alle donne (p<0,001) e negli ex-fumatori rispetto ai mai fumatori o ai fumatori attuali (p<0,001). Pertanto, l’obesità era più frequente tra gli ex-fumatori (10%) e tra i fumatori (8%) rispetto ai non fumatori (5%). Il 38% del campione praticava attività fisica nel tempo libero per meno di due ore a settimana, il 31% tra 2 e 4 ore, il 20% tra 5 e 7 ore e l’11% per più di 7 ore a settimana. Gli uomini facevano attività fisica più frequentemente rispetto alle donne (p = 0,003). Pertanto, il 13% degli uomini, ma solo il 6% delle donne, praticavano attività fisica per più di 7 ore a settimana. Il 56% del campione non aveva mai fumato (54% degli uomini e 62% delle donne), il 17% era un fumatore (16% degli uomini e 18% delle donne) e il 27% era un ex fumatore (30% degli uomini e 20% delle donne). L’età media di inizio dell’abitudine al fumo è di 18 anni. Il 91% del campione non aveva mai provato la sigaretta elettronica, l’8% l’aveva provata, mentre l’1% del campione la usava regolarmente. Tra i fumatori, il 45% l’aveva provata e l’1% la usava regolarmente, mentre tra gli ex-fumatori il 4% l’aveva provata e il 3% la usava regolarmente. Il 98% del campione riportava di aver segnalato i danni che il fumo provoca al cavo orale (Tabella 3).

 

Non si riscontravano differenze significative per sesso e stato di fumo. Il 93% del campione (95% dei non fumatori e 82% dei fumatori; p<0,001) riportava di aver suggerito ai propri pazienti di smettere di fumare negli ultimi 12 mesi. Il 71% del campione era interessato a promuovere la cessazione del fumo di tabacco nei propri pazienti dichiarandosi disponibile a entrare a far parte di un programma strutturato di counseling antifumo. I dentisti interessati erano più frequentemente gli ex-fumatori (80%), e coloro che non avevano mai fumato (69%) rispetto ai fumatori attuali (62%).

Discussione
Hanno risposto al questionario colleghi con alle spalle un’attività professionale di circa 30 anni e un’età media di 50 anni. Solo il 23 % del campione è sotto i 45 anni di età. Nel totale del campione, 3 su 4 partecipanti sono uomini e solo 1 su 4 è donna. Tuttavia, se tra gli anziani (età >60 anni) le donne sono solo il 15%, tra i giovani (età <45 anni) le donne crescono al 35%. Questo dato conferma che, pur rimanendo preponderanti gli uomini in ogni fascia di età, anche l’Odontoiatria, come peraltro la Medicina, nelle giovani leve si tinge sempre più di rosa.

Il Nord Italia con il 63% delle risposte totali al questionario è la macro regione italiana che si è mostrata più sensibile alla tematica distanziando di parecchie misure sia il Centro (18%) che il Sud Italia (18%). La distribuzione del campione è comparabile con quella del totale degli invitati a partecipare all’indagine (58% in Nord Italia, 23% in Centro e 20% al Sud). L’eccesso di risposte dal Nord Italia può essere spiegato dal maggior tasso di fidelizzazione presente in quell’area tra i lettori della rivista Il Dentista Moderno che ha materialmente veicolato il questionario. Il 42% del campione risultava in sovrappeso od obeso e il 7% obeso. Queste stime sono in linea con quelle riscontrate nel totale della popolazione adulta italiana (42% sovrappeso/obeso e 9% obeso) secondo un’indagine Doxa condotta nel 2010 (Gallus et al., 2013C), e leggermente inferiore a quelle relative agli adulti italiani di mezza età (45-64 anni), dove il 51% risultava in sovrappeso od obeso e l’11% obeso. Le differenze in termini di obesità tra uomini e donne possono essere spiegate, almeno in parte, dalla più giovane età delle donne in questo campione. Tra gli ex fumatori, il sovrappeso/obesità sale al 56% e l’obesità al 10%. Queste stime, seppur non aggiustate per potenziali fattori confondenti, inclusa l’età, confermano la nota tendenza a ingrassare tra gli ex-fumatori (Gallus et al., 2013C) e l’importanza di applicare norme di igiene alimentare atte a controllare il peso corporeo in chi decide di smettere di fumare. Globalmente l’attività fisica è per il 38% del campione sotto le 2 ore a settimana e per quasi il 70% sotto le 4 ore a settimana. Queste stime confermano i risultati di altri studi condotti altrove che mostravano come la professione del dentista sia generalmente associata a un limitato livello di attività fisica (Ashim, Al-Ali, 2013; Puriene et al., 2007).

Il 17% del campione totale si dichiara fumatore. Questa stima è inferiore rispetto alla media nazionale, che si attesta intorno al 21% secondo un’indagine rappresentativa della popolazione adulta italiana e condotta da Doxa nel 2012 (Gallus et al., 2013A). La prevalenza di fumo tra i dentisti maschi (16%) è sostanzialmente inferiore rispetto alla media dei maschi adulti italiani (25%). Al contrario, la prevalenza di fumatrici tra le dentiste femmine (18%) supera addirittura la media delle donne italiane (17%; Gallus et al., 2013A). Se pensiamo che tra il personale sanitario – compreso quello odontoiatrico – è lecito attendersi un maggior grado di sotto-riporto dell’abitudine al fumo, dovuto a una alta pressione sociale verso la cessazione del fumo (Rebagliato, 2002), questi risultati sono deludenti e arrivano a essere letti come sconfortanti, specialmente se confrontati con le ridottissime prevalenze di fumo osservate tra i dentisti degli Stati Uniti (3%; Sarna et al., 2010) e tra gli studenti dell’ultimo anno di Odontoiatria in Australia (5%; Messer, Calache, 2012). I risultati sulla sigaretta elettronica non sorprendono, essendo in linea con quelli osservati nella popolazione generale italiana (Gallus et al., 2014). Molto al di là delle aspettative appaiono invece i risultati relativi agli ultimi tre quesiti. Praticamente la totalità dei dentisti che ha partecipato a questa indagine (il 98% del campione) dichiara di aver segnalato almeno una volta i danni che il fumo provoca al cavo orale nei propri pazienti. Il 93% ha recentemente messo in atto veloci pratiche volontarie di minimal advice antifumo.

Scende però al 71% la proporzione dei clinici interessati nel mettere in atto pratiche più strutturate di promozione della cessazione dell’abitudine al fumo. Sembrerebbe quindi che la gran parte dei dentisti sia favorevole a spiegare al paziente le conseguenze della dipendenza dal fumo sottolineando le correlazioni che questa abitudine ha con la salute del cavo orale, ma meno interessata ad attuare nella propria realtà ambulatoriale percorsi di disassuefazione. Comunque, il fatto che più di 2 dentisti italiani su 3 siano interessati a promuovere la cessazione del fumo di tabacco per i propri pazienti è un’ottima notizia che potrebbe avere notevoli implicazioni da un punto di vista di controllo del tabagismo e di salute pubblica. Gli operatori sanitari giocano infatti un ruolo chiave nella prevenzione dal fumo di tabacco, in quanto sono considerati come modello dai pazienti (Ferketich et al., 2008).

La figura professionale che meglio può promuovere la salute a livello individuale è sempre stata considerata quella del medico di famiglia. Ciononostante, alcune indagini hanno dimostrato come soltanto pochi medici di famiglia in Italia promuovano corretti stili di vita e suggeriscano ai fumatori di smettere di fumare (Ferketich et al., 2008; Gallus et al., 2013B). Ne consegue che, durante le visite con i pazienti, il dentista ha la possibilità di diventare, tra i vari operatori sanitari, il principale promotore di corretti stili di vita. Inoltre, egli ha verosimilmente una posizione addirittura privilegiata rispetto al medico di famiglia, dal momento che i giovani in salute, coloro pertanto che maggiormente otterrebbero un beneficio, vengono a contatto più frequentemente con i dentisti rispetto al proprio medico di base. È anche per questo che c’è sempre maggiore interesse nel chiedere ai dentisti di promuovere la cessazione del fumo di tabacco durante le loro visite private (Carr et al., 2012; Gonzales, 2014). Ciononostante è necessario fornire un adeguato training ai dentisti che vogliono promuovere il controllo del tabagismo tra i propri pazienti, dal momento che anche tra i professionisti degli Stati Uniti sono state riscontrate alcune lacune di preparazione (Prakash et al., 2013). Per ora, inoltre, le visite dentistiche rimangono un’opportunità sotto-utilizzata per il trattamento della dipendenza del tabacco (Shelley et al., 2012). La limitazione maggiore dello studio riguarda il relativamente basso tasso di risposta (3,6%) dei dentisti invitati a partecipare alla presente indagine che non consente di garantire la rappresentatività del campione rispetto alla totalità dei dentisti Italiani. Ciononostante, i partecipanti hanno una distribuzione comparabile per area geografica rispetto alla totalità di coloro ai quali è stato mandato l’invito a partecipare. Inoltre, la distribuzione per sesso e la media di età riflette la realtà dei dentisti italiani. Infine, gli 883 partecipanti rappresentano una proporzione non trascurabile (circa il 2%) di tutti i dentisti italiani.

Conclusioni
Il campione da noi esaminato, sebbene non rappresentativo della popolazione odontoiatrica italiana, può essere utile per alcune importante riflessioni. Sembra esistere un importante interesse all’interno della categoria rispetto alla promozione di corretti stili di vita. In particolare, il sottogruppo degli odontoiatri ex-fumatori si è dimostrato particolarmente attivo e propositivo sia nell’informare i propri pazienti sui danni provocati dal fumo (99%) sia nel mettere in pratica azioni di minimal advice antifumo (95%) e sarebbe pronto, dopo adeguata formazione, ad attivare nel proprio ambulatorio percorsi di disassuefazione sistematica (80%). Il problema sta in quel 17% di dentisti, prevalentemente femmine, che ancora mantiene il vizio del fumo e che meno frequentemente (o meno efficacemente) ne promuove la cessazione tra i suoi pazienti. Il primo obiettivo da raggiungere è pertanto quello di fare smettere di fumare l’intera categoria degli odontoiatri italiani al più presto. Del resto, come il dentista si rende subito conto se un paziente fuma o meno, è vero anche il contrario. Per rispetto nei confronti dei pazienti tutti, ma soprattutto dei non fumatori, il dentista dovrebbe astenersi dal fumare (almeno durante le ore lavorative). Una volta ridotta la prevalenza di fumatori tra i dentista seregno italiani a quella osservata negli USA o in Australia (<5%), vi sarà la grandissima opportunità di individuare gli operatori desiderosi di promuovere la cessazione tra i propri pazienti, in modo da fornire ai dentisti un’adeguata formazione. Verrà creata così una task force di operatori volontari in grado di ridurre sensibilmente il fumo in Italia, così da contribuire sostanzialmente a un miglioramento dell’attesa e della qualità di vita dei pazienti dei dentista monza italiani, e quindi dell’intera popolazione del nostro Paese.